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La Storia - Feste Triennali

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La Storia

Gli avvenimenti che portarono alle Feste Triennali

Per la lunga parabola medievale, un millennio circa, tutte le pievi erano intitolate a San Giovanni Battista, quindi il 24 giugno era festa solenne dovunque, con immancabile disputa del palio.

Con il Concilio di Trento e il riordino dell'istituto parrocchiale, si affermarono le pievi "urbane". Ogni pieve ebbe allora il suo patrono "privato" e la relativa festa locale, spesso caratterizzata da un crescente spirito campanilistico: San Bernardo (16 luglio) a Castiglioncello, i SS. Iacopo e Cristoforo (25 luglio) a Bolgheri, San Lorenzo (10 agosto) a Castagneto, San Niccolò (6 dicembre) a Donoratico.

Ad infoltire il già ricco calendario, contribuivano altre festività particolari, legate a chiese ed oratori locali o  a neonate compagnie religiose: il 3 febbraio San Biagio (spesso in trasferta alle Ville) il giorno dell'Ascensione a Santa Maria di Aschis, nella Badia (con processione mattutina da Castagneto e da Bolgheri e disputa di un "triplo" palio); il 2 giugno a San Giusto; il 24 agosto San Bartolomeo a Castagneto in ricordo dello scampato pericolo del 1496; l'8 settembre in Santa Maria in Gloria; l'11 novembre San Martino a Segalari. C’erano poi feste particolari: la Madonna del Rosario a Bolgheri, la Madonna del Carmine a Castiglioncello, Sant'Antonio per il bestiame, la festa per la benedizione di ogni fornaciata di lalerizi.

Nel 1631, si aggiunse la festa più suggestiva e ricca di contorno, San Guido: ad introdurla, insieme al cugino Cosimo, vescovo di Colle, fu Ugo della Gherardesca, conte di Bolgheri, senatore, accademico, scrittore di fantasiose storie di famiglia. Il 13 giugno 1631 gli era nato il figlio primogenito, chiamato "Guido", proprio in onore dell’eremita di famiglia, cui nessun altro Gherardesca era ricorso onomasticamente da oltre tre secoli, ed il padre ordinò che la fausta circostanza venisse festeggiate sulle mura del castello di Bolgheri "con fuochi e gazzarre di archibugiate con lumi per tre sere e con dispensa di pan e vino al popolo e messe nella pieve e si canti la messa dello Spirito Santo."

Qualche anno dopo, morto il cugino Cosimo, Ugo ebbe in eredità anche Castagneto e la festa di San Guido, trasferita nel capoluogo della contea, non solo oscurò tutte le altre, ma quando lo stesso Guido divenne titolare della contea e commissario di Pisa, fu estesa alla primaziale pisana. A Castagneto, la presenza del vescovo e di decine di sacerdoti dei dintorni rendevano solenni i risvolti religiosi, ma era anche, con la distribuzione di pane e di vino, il variegato suggestivo contorno che avvinceva la gente: i " mortaretti", il tamburino a "scandire il passo della soldataglia", il ricorso a "una buona banda" e, più tardi, perfino un indecifrato "lancio del pallone".

Quando Tommaso Buonaventura della Gherardesca divenne arcivescovo di Firenze, cioè primate del Granducato, la festa di Castagneto fu più volte onorata dalla presenza del Granduca Cosimo lll. Però, tornando al conte Ugo, con lui avevano preso vigore, oltre al culto di San Guido, anche le sopite dispute con i Castagnetani, esasperate nel 1639 da incendi di "case e macchie" dei Gherardesca e represse il 2 novembre dello stesso anno, da cui un atto dello stesso conte Ugo ratificato chissà come e da quale autorità che limitava a sole dodici famiglie castagnetane, scelte da lui stesso o dai suoi successori, il godimento degli usi civici e la designazione degli amministratori della comunità. A questo atto, si aggiunsero poi altre costrizioni: l’affitto della gestioni dei beni della comunità da parte dei Conti, la concessione agli stessi della giurisdizione per la contea in precedenza tenuta dal Capitanato di Campiglia ed altri minori, che esasperarono i rapporti, instaurando quel clima di crescente tensione che sarebbe poi esploso nelle rivolte per i "livelli antichi" prima e per le "preselle" poi.

Pian piano, il clima delle rivalità si estese inevitabilmente anche alle feste religiose: dietro all’irraggiungibile ed invidiata festa di San Guido e a quelle gestite dal pievano, stabilmente scelto dal Conte e quindi a lui sottomesso, i Castagnetani potevano apporre solo qualche timida festa delle singole compagnie  e, soprattutto, il geloso culto per il proprio Crocifisso, in dotazione esclusiva alle compagnie di San Bartolomeo e del Corpus Domini. Un culto sempre riservato e caritatevole, che si estrinsecava in poche manifestazioni esteriori: l’esposizione il Venerdì Santo, tridui e processioni in occasione di calamità, come le due ondate di peste del 1631 e del 1722, le infestazioni di cavallette del 1715 e 1765, quella inverosimile dei bruchi del 1734, il successivo terremoto del 1846, le ricorrenti siccità e le carestie che completavano ogni evento calamitoso del passato; ma anche la malattia e la morte del Conte Ugo nel 1767 e della madre Virginia nel 1771.

Con il Granduca P. Leopoldo, s’instaurò un clima nuovo, per un certo verso determinato contro la grande proprietà assenteista (i Gherardesca furono classificati "feudatari"), ma sempre più minaccioso contro ogni sorta di privilegi, sia laici che religiosi, come i "fidecommessi" e le" mani morte". Quando si affacciarono  all'orizzonte le allivellazioni di beni della comunità e di enti religiosi, le due compagnie castagnetane si fusero in una sola, intensificando la già notevole attività di carità, ma anche una certa operosità collaterale in onore del Crocifisso, come la stesura di un sonetto. Perciò il Motu Proprio granducale del 30 ottobre  1784, che ingiungeva la vendita o l’allivellazione delle proprietà laicali ed ecclesiastiche, se mise in crisi la   "Comunità Gherardesca", costretta a disfarsi di tutti i suoi estesi beni, non scalfì più di tanto la nuova compagnia, la cui attività di "misericordia" verso i bisognosi era garantita da una notevole disponibilità finanziaria dei beni concessi a livello. Ciò permise d’intensificare anche le attività più "leggere", fino a codificarle in manifestazioni collaterali, come appunto le Feste Triennali, le quali ufficialmente comparvero solo nel 1801, ma forse si erano già affacciate e affermate qualche anno prima.

Inizialmente, non furono nemmeno "triennali", anche per lo sconcerto determinato dal governo francese nel 1804, con la minaccia di soppressone, più dura di quella di Pietro Leopoldo del 1785, degli enti religiosi (avvenuta poi col Decreto imperiale del 29 aprile 1808). Lo esclude in parte anche questa lettera del 1806 del fattore Clemente Moratti al Conte, la quale, se conferma l'immediato grande successo della festa, evidenzia anche un certo drizzar di orecchi da parte dei Gherardesca, che presero ad interessarsi sempre più delle Triennali e sempre meno del povero eremita di famiglia, salito agli onori degli altari come "beato" ma pian piano relegato di nuovo nella sua cella in Santa Maria in Gloria, triste anticamera del silenzio attuale:

"28 maggio 1806 - ieri l’altro terminò la nostra grandiosa Festa dei Santissimo Crocifisso e fu decorata da Monsignor Vicario Generale Batassi e i sacerdoti ed il Magg. Tousch e Tenenti e milizia a cavallo e a piedi e gran numero di forestieri ed il tutto riuscì bene e brillante festa senza nascere nessun sconcerto, e fu ancora corza la bandiera e riuscì bella corza delle riprese a San Bastiano ed il premio Braccia Diciotti di Branchino ed i forestieri si crede potessero passare specialmente l’ultimo giorno 3000 persone, e l’accompagnatura del Magistrato alle funzioni con militari ed una buona banda."

Se si tiene conto che Castagneto, nel 1806, non superava i 1200 abitanti, la folla di quell’edizione della festa al suo quinto anno di vita soltanto appare sicuramente straordinaria.

dal Numero Unico delle Feste Trienali 2012
Luciano Bezzini



 
 
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